In TIM, meno uno, più, meno uno uguale: un secolo fa

l 6 Ottobre 2016 l’Azienda ha comunicato ufficialmente e unilateralmente la decadenza del contratto Aziendale, quello di secondo livello, dal primo febbraio 2017. Pertanto ha dichiarato la sua intenzione di partire con una serie di normative di supporto alle sue esigenze in visione di questa nuova fase da essa dichiarata. Abbiamo pertanto creduto che l’Azienda puntasse ad un appiattimento verso il CCN delle Telecomunicazioni, tra l’altro scaduto da due anni. Comunque dal punto di vista Aziendale il Contratto Collettivo è enormemente più vantaggioso, sia come costi nonché come restrizioni normative, e quindi è stato facile pensare che deliberatamente l’evaporazione del contratto Aziendale coincidesse per l’appunto con lo scopo aziendale stesso. Ma andando avanti le cose non stanno proprio così, anzi la nostra previsione, comunque per i lavoratori disastrosa, era ottimistica. L’Azienda in modo più o meno velato, magari anche attraverso alcuni suoi messi sindacali, fa arrivare la notizia che se non verrà firmato il nuovo CCN delle telecomunicazioni, chiaramente alle sue condizioni, sarebbe disposta persino ad uscire da Assetel, l’organizzazione padronale all’interno delle Confindustria dello specifico settore. Vera o non vera questa notizia, ha comunque la validità e il significato di una pistola puntata alla tempia dei lavoratori, o firmi o sparo.

A questo punto va fatto un piccolo inciso su un fatto che non è affatto marginale, ma sostanziale. Quando il sindacato qualche anno fa si presentò nelle assemblee per la spiegazione ai lavoratori della necessità di un CCN delle Telecomunicazioni, al tempo avevamo un contratto Telefonico molto confortevole, ci spiegò come fosse necessario normare il settore delle Telecomunicazioni in vista del nuovo millennio.
A rigor di logica ogni azienda, partendo da Telecom, che operava in quel settore, avrebbe dovuto aderire a questo contratto quadro. Al tempo furono fatte due obiezioni:

1)Nel contratto di settore, CCN delle Telecomunicazioni, noi come lavoratori avevamo tutto da perdere, come salario e come diritti.
2)Non esisteva alcuna norma giuridica che obbligasse le aziende che operavano in quel settore, a sottostare a quel contratto, e quindi, come fu, avrebbero tranquillamente potuto avere un altro contratto, ad esempio da metalmeccanico o altro.

Alla prima obiezione, i sindacati firmatari, risposero prontamente che attraverso il contratto di secondo livello, quello Aziendale, noi eravamo in una botte di ferro, e quindi potevamo fare sonni tranquilli per i salari e i diritti acquisiti.

Alla seconda obbiezione, ci fu risposto che comunque, attraverso referenti politici, si sarebbero adoperati per risolvere la mancanza. Come sarebbe stato nella logica di un paese civile ognuno avrebbe avuto il suo bel contratto asseconda di quello che era il suo servizio e presupposto.
Ora è passato qualche anno e ci troviamo nella condizione non solo di non avere più un contratto integrativo, di recupero, Aziendale, che è stato cancellato, ma ci troviamo, visto che giuridicamente è permesso, con l’Azienda che ti manda a dire che se non ti comporti bene esco anche dal contratto delle Telecomunicazioni, e faccio come mi pare, la Fiat docet.

Questo significa che si potrebbe avere una contrattazione separata, dove l’unica regola è l’arbitrio, e pur facendo lo stesso lavoro, per la stessa azienda, avere diritti e retribuzione differente assecondo di dove stai. Complimenti abbiamo fatto un bell’affare la lungimiranza e previsione non sono mancate. A questo punto non resta che fare due conti:

Meno il contratto aziendale, più, meno, il contratto Collettivo delle Telecomunicazioni, uguale: un secolo in dietro di diritti e di salario. Bisogna trarne la triste conclusione, anche se non sarà oggi, che intenzione dell’Azienda, è quella di aprire un panorama nuovo, anzi vecchio di cento anni, dove l’unico orizzonte plausibile rimane la deregolamentazione del mondo del lavoro, in rapporto sbilanciato tutto da una parte, individuo e azienda, dove la nostra unica esistenza rimane, nella migliore delle ipotesi, lo sfruttamento libero e consenziente.
Stiamo alla realizzazione dietro l’angolo di un sistema di potere che trova come unico suo pilastro fondativo l’abbattimento del concetto stesso di giustizia sociale, che un secolo di lotte avevano conquistato. La pianificazione di un nuovo assetto lavorativo, che vede come arrivo finale la riduzione per via graduale del lavoratore a schiavo. In una relazione tra le parti in cui una può tutto, mentre l’altra parte portata anche culturalmente neanche più a pensare, non può più niente.

Come fatto notare da qualcuno, però la differenza tra gli schiavi dell’antichità e quelli moderni è abissale:

-Gli schiavi di un tempo non erano dei gran lavoratori, s’impegnavano poco perché sapevano di essere schiavi e perché erano costretti dall’esterno a lavorare e non pagavano le tasse e non avevano responsabilità né beni che potessero perdere. Ma gli schiavi di oggi non sanno di essere schiavi e credono di lavorare per se stessi, per pagare legittimi debiti, per finanziare diversi servizi sociali, per salvare la casa dall’ipoteca e per costruire un futuro migliore. Perciò rendono molto e li si può spronare molto di più degli schiavi dei tempi antichi-.
Meno uno, più, meno uno, uguale: un secolo fa.