SINDACATI?SI,GRAZIE

Davanti ad una domanda ci si deve sempre inchinare, le domande sono il motore della nostra attività umana, del nostro conoscere, da una risposta abbiamo sempre da imparare.

Non rispondere ad una domanda non è sempre solo un gesto di maleducazione, il suo silenzio è un’affermazione di una “presunta superiorità”, un esplicita volontà di non riconoscere all’altro alcuna dignità, neanche quella di meritare una risposta, fosse anche: No, grazie non sono interessato.

Se poi a fare la domanda, quasi una supplica nel nostro caso, sono i Lavoratori, e a non rispondere sono i sindacati, qualche altro problema sorge. Possiamo avere la conferma che la loro “presunta superiorità” è inesistente, presente soltanto nella loro presunzione, che la loro sicurezza è solo autoreferenzialità che li rende distanti, ma allo stesso tempo si produce un dubbio amletico, essere o non essere, sono ancora un sindacato dei lavoratori? e se sono ancora qualcosa, cosa sono?
Molti lavoratori TIM a titolo personale, iscritti e non, o come autoconvocati, hanno inviato una lettera a tutte le segreterie sindacali, affinché si adoperino tra loro per un processo collaborativo di iniziative e lotte comuni, non certo una richiesta eversiva, anzi un invito estremamente responsabile e dal tono quasi francescano . Sorvolando sulla buona fede di chi crede che non hanno avuto tempo, perché ancora troppo impegnati nello scartar o preparar pacchi natalizi, non chiediamoci di chi o per chi, bisogna prendere atto della latitante risposta di alcuni di essi.

Volendo dare un’interpretazione a ciò, non possiamo che trovarla nelle motivazioni stesse che ci hanno portato qui come lavoratori autoconvocati. Dobbiamo ammettere che la nostra spontanea necessità di incontrarci, di unirci, è stata tragicamente indotta si dalla drammaticità, dalla violenza delle oscenità aziendali, ma anche dettata dal fatto che in fondo non ci fidiamo più di chi ci dovrebbe difendere o rappresentare.
Questo non è un modo per scaricare le responsabilità tutte sul sindacato, anzi è proprio il contrario, se siamo arrivati a questo punto, in ultima analisi, la responsabilità è anche nostra. Certo, anche nostra perché abbiamo permesso che il sindacato diventasse ciò che è. Abbiamo il sindacato che ci meritiamo, avremmo dovuto fermarlo molto prima, venti anni di precedenti, da quando ci si strappava un “si” non si sa per che cosa. Coscienti di questo, senza pregiudizi, abbiamo deciso di fare appello a noi stessi, per salvare il salvabile, e magari diventare la cura di cui il sindacato ha bisogno.

Ma arrivati a questo punto non è tollerabile il fatto di essere ignorati, non perché soffriamo per una mancanza di protagonismo, ma solo perché, ahimè, riscontriamo un sindacato, che fino ad adesso, non vuole affatto “guarire”.

Senz’altro la condizione privilegiata di alcune segreterie ad essere troppo vicine al potere non ha aiutato il sindacato stesso. Troppo spesso “la spending review”, “l’OPA degli amici”, il “ce lo chiede l’Europa”, le “necessità del mercato”, alias capitalismo, hanno non attutito, ma sepolto mortalmente, le esigenze dei lavoratori. Esse stesse, le segreterie, sono diventate parte della sovrastruttura, egemonia narcotizzante, ed hanno finito per credere, e farci credere, che il fulcro dell’economia sia la finanza e non il Lavoro, quindi tutto funziona bene e deve funzionare in nome del primo, a svantaggio e a scapito del secondo.

Questo l’hanno fatto con tenace gradualità, nascondendosi dietro un linguaggio incomprensibile come il sindacalese, che come se non bastasse diventava politichese. E sì perché per molti il sindacato, compresi per gli storici segretari nazionali, con un ricco stuolo di dirigenti, è stato solo un trampolino di lancio. Sono passa dall’altra parte, sempre come professionisti, ma questa volta come politici, sempre mantenendosi la tessera del sindacato in tasca, scordandosi anche che appena qualche mese prima inneggiavano alla difesa dei posti di lavoro, ma ora pronti entusiasticamente a votare a favore del Jobs Act e quant’altro.

Torniamo a dire che in ultima analisi la colpa è sempre la nostra che abbiamo permesso questo, perché quello che abbiamo è sempre il frutto di quel che facciamo o non facciamo, ma visto che piano piano ci stiamo svegliando con buona volontà, ci vorrebbe un segnale minimo da parte delle segreteria di una rinuncia a certe forme di doppiezza e di privilegio, che troppo spesso hanno ingannato i più buoni, gli ingenui, tra noi. Sarebbe stato un buon inizio rispondere, hanno perso una buona occasione, pazienza.

Questo rafforza soltanto la motivazione del nostro esserci e del nostro fare, come lavoratori WIL e autoconvocati.

Viva I Lavoratori